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Gianluca Cavallo è un pittore. La sua dimensione spaziale è quella piana della superficie, il suo linguaggio è il colore e lo strumento espressivo il pennello.

Messa così la questione sembrerebbe risolta di per sé, al punto da rendere perfino inconsistente o quantomeno superflua una qualsivoglia discussione critica. Ma non bisogna mai avere fretta davanti all’arte, né accontentarsi di uno sguardo veloce per liquidare un’opera, incasellandola in uno dei tanti “ismi” o nelle correnti che fanno la Storia dell’arte. E d’altro canto qui parliamo di un artista nato a metà degli anni ’70, quindi di un giovane talento di 37 anni che però, in controtendenza rispetto alle formulazioni più consone alla sua generazione, non si cimenta con acrilici o materiali di scarto e non disegna spazi immaginifici con installazioni di tubi al neon. Lui, al contrario, prepara la tela come facevano gli antichi maestri e ci dipinge sopra col pennello, lentamente. E questa è già una bella rivoluzione, mi pare.

La piscina del sub, olio su tela 100×150 cm, 2020 coll. privata

Non c’è porzione di tela o dettaglio anche minimo nelle sue opere che non sia stato dipinto con cura e pazienza dalla mano dell’artista, stesura dopo stesura, setola per setola; con il rigore e la grazia di chi segue un progetto già pienamente strutturato nella mente ma non ancora espresso in una forma riconoscibile all’esterno. Non c’è casualità né improvvisazione; non c’è fretta. A dimostrazione di ciò, la prima grande impresa di Cavallo è il ciclo di tele per la chiesa della Madonna del Rosario di Pompei a Silla di Sassano, in provincia di Salerno (2005). Un’impresa d’altri tempi, verrebbe da dire, considerando il tema iconografico (Episodi della vita di Maria e di Gesù) e la tecnica di lavorazione su grandi teleri appoggiati alle superfici murarie a simulare l’affresco. Come i grandi veneti del Cinquecento, come Tintoretto, Cavallo dipinge le tele e le monta su telai fatti da sé, ragionando di angoli e di prospettiva, di correzioni ottiche e di proporzioni oltre che di immagine e  di significato.

una delle 33 opere per la Chiesa della Madonna del Rosario di Pompei- Silla di Sassano (SA)- olio su tela 220×363 cm, 2006

Il risultato è un’opera complessa e articolata, imponente nelle soluzioni monumentali delle figure in rapporto allo spazio della rappresentazione; sorprendente nella capacità di proporsi come innovativa pur nel rispetto della tradizione iconografica e del linguaggio formale. Ciò che stupisce, soprattutto, è la volontà dell’artista di mettersi in gioco, affrontando e superando di volta in volta i molti problemi che una decorazione su scala monumentale comporta, specialmente all’interno di un contesto provinciale che, in quanto espressione di una religiosità popolare, si riconosce nella tradizione proprio a cominciare da quella figurativa.


una delle 33 opere per la Chiesa della Madonna del Rosario di Pompei- Silla di Sassano (SA)- olio su tela 220×363 cm, 2006

Ed è una sfida pienamente vinta da Cavallo, che intuisce subito l’importanza di “mettersi in ascolto” del luogo, delle persone che affluiscono in chiesa e delle loro aspettative umane prima ancora che spirituali. Si lascia condurre in questo da un testo musicale (come dichiara esplicitamente in più occasioni): La buona novella di Fabrizio De André. Per la tecnica pittorica, invece, ricorre ad un altro Maestro indiscusso: Caravaggio, del quale riprende le preparazioni a fondo scuro per le tele. Tocco dopo tocco aggiunge luce alle scene, modulando tono su tono come in una partitura musicale, appunto. Ed è proprio questa rivelazione della luce a determinare una netta cesura, subito dopo la realizzazione della chiesa. Cavallo abbandona lentamente il colore, volgendo sempre più verso il bianco come a voler ripulire la superficie e farne una tabula rasa da cui ripartire ogni volta.Quasi una rigenerazione questa, una decantazione del lungo lavoro svolto negli anni della formazione, prima cioè dei lavori a Silla di Sassano, quando Cavallo da studente frequentava due diverse Scuole di Arte e Restauro – a Roma  e a Firenze, presso Palazzo Spinelli – e al tempo stesso si guadagnava da vivere come decoratore. É importante questo passaggio nella sua vita artistica, perché il mestiere del decoratore non è per nulla facile o scontato.

Innanzi tutto ci sono i committenti, vari e spesso eccentrici nelle richieste da soddisfare; poi i temi iconografici che non possono essere ricondotti semplicemente al gusto per il  trompe l’oeil, indubbiamente molto diffuso negli ambienti del mecenatismo privato e tuttavia non sufficiente a indirizzare la scelta su un determinato artista piuttosto che su un altro. Non è solo una questione di tecnica, insomma. Ci vuole talento e inventiva; ci vuole l’Idea. È interessante notare come la decorazione preceda la formazione o, per meglio dire, rappresenti per Cavallo lo stimolo ad approfondire in senso tecnico e teorico le proprie doti di disegnatore, nello sforzo costante di superare ostacoli invisibili agli occhi degli altri ma sempre più ingombranti invece per l’artista, alle prese con una incessante ricerca e progettualità. Per questo motivo Cavallo non rinnega quel passato, sebbene ormai tanto lontano dalla sua arte: né i cartoni per vetrate artistiche piombate, né i trompe l’oeil e neppure le ‘istantanee’ di luoghi e di persone che il suo talento ha sempre saputo cogliere con straordinaria veridicità.h

Anzi, proprio da quelle esperienze Cavallo ha saputo trarre l’insegnamento più utile che appunto risiede nello scavare in profondità senza fermarsi all’apparenza delle cose, quasi a voler invertire in modo provocatorio ed intelligente il luogo comune di un decorativismo che è sinonimo di superficialità. Per questo motivo, forte di questo ‘apprendistato’ a contatto con la realtà e le sue contraddizioni, soddisfatto il proprio bisogno di una formazione teorica, Cavallo intraprende all’indomani della decorazione della chiesa di Silla – che per molti versi rappresenta un punto di non ritorno nel suo processo evolutivo –  un cammino fino ad allora inesplorato e totalmente inedito per lui, mettendosi in gioco come Artista e come uomo. Sono molti i riferimenti presenti nelle sue opere tra il 2005 ed il 2008. C’è molto Matisse, il Futurismo e il Cubismo, l’oggettività di Casorati e qualche suggestione espressionista. Ma è il Rinascimento la vera chiave di lettura del suo linguaggio pittorico, il senso profondo di appartenenza ad una dimensione prospettica della realtà che tutto spiega e contiene pur nell’irrazionale della condizione esistenziale; proposizione e teorema, ipotesi e sintesi finale.

Cavallo descrive un Umanesimo fatto di solitudine e di attesa, sospeso in un tempo che non scandisce né misura, perché liquido e sfuggente. Distante dunque dalla dimensione utopica e felice del Quattrocento pittorico, ma parimenti espressione comunque di una razionalità che si sostanzia in rapporti volumetrici perfetti e proiezioni ottiche riconducibili sempre ad un unico fuoco compositivo, che è misura dello spazio e diapason dei sentimenti.

Non è forse La rissa (2007) una moderna trasposizione di quella stessa concinnitas che governa e trattiene  la massa inestricabile di soldati e cavalli nella Battaglia di Anghiari di Leonardo? E, come quest’ultima, non trova anch’essa la sua ratio nelle scene cruente dei bassorilievi classici? A ben guardare il quadro di Cavallo, non può sfuggire infatti la sensazione di una compattezza ed organicità d’insieme che impedisce qualsiasi dispersione centrifuga dell’immagine, ogni sua possibile lacerazione, riconducendo invece l’occhio sempre al centro della scena come guidato dall’energia che sprigiona dai gesti dei singoli, in una splendida orchestrazione di forze opposte e paritetiche che azzerano sistematicamente ogni possibile gerarchia interna. In questo rigore compositivo, che sovraintende alla formulazione dell’immagine e ne guida lo sviluppo sulla superficie del quadro, risiede il senso profondo del linguaggio pittorico di Cavallo e la sua straordinaria forza di rottura nei confronti del panorama artistico contemporaneo, rispetto al quale si pone in aperta antitesi concettuale ed esplicita dialettica formale, proprio come nella migliore tradizione delle poetiche di Avanguardia. Cavallo è un pittore di Avanguardia. Lo è la sua ricerca costante di un equilibrio interno al quadro, oltre il principio si simmetria e al di là della proiezione cartesiana; lo sono i personaggi che accompagnano il racconto visivo, sempre a metà tra il segno grafico ed il tratto fisiognomico.

È Avanguardia pittorica un’opera come Il teatro del Bailo, realizzato per l’ultima Biennale di Venezia (2013) in cui l’assemblaggio dei sei pannelli che lo compongono viene proposto dall’autore solo come una delle possibili opzioni offerte all’osservatore, per un racconto che si fa dunque “ciclico e infinito, scevro da qualunque forma di gerarchia e autorità, complesso ma mai complicato né ostico”.

Sub e cavallo marino, olio su tela 117×193 cm, 2020 coll. privata

Cavallo è un artista moderno, dissacrante e ironico. La serie dei suoi Subacquei, a cavallo o in piedi, di profilo e frontali, è una splendida trasposizione in chiave intuitiva del viaggio nel profondo di sé e dell’arte che l’artista si impegna a compiere, senza tregua e quasi in apnea appunto. Ma è anche segno informale, sigla ripetuta e reinventata ogni volta, che tutto avoca a sé; monogramma cifrato, firma nascosta sotto gli occhi di tutti, metafora visiva della propria condizione esistenziale di artista e, dunque, perfino autoritratto. L’opera di Cavallo ci impone attenzione e vigilanza. Non basta uno sguardo per carpirne il senso.

Nelle grandi tele in bianco e nero, che segnano l’attuale punto di arrivo del suo percorso artistico, l’immagine si va componendo nell’occhio di chi osserva secondo un tempo che ne asseconda la predisposizione a cogliere nel tutto il singolo particolare, e viceversa.   La superficie brulica di minuscoli organismi viventi, esili silhouette di una umanità affaccendata, particelle elementari di materia, limature di ferro iso-orientate verso un comune polo di calamita, a ricomporre l’immagine di un Albero, di un Ponte, di un Occhio.

Cavallo usa il bianco come gli artisti bizantini facevano con l’oro. Il non-colore è specchio riflettente, dimensione spazio-temporale assoluta, scatola prospettica dispiegata in piano e dunque metafora di una complessità che non si semplifica né si riduce, ma si trasforma nell’occhio di chi osserva in base alle proprie reali capacità di ascolto: dell’opera e delle reazioni emotive che essa suscita.

Le sue tele sono superfici sempre dinamiche, segmenti di storie vissute in un altrove che il quadro riesce comunque ad evocare per frammenti di suoni o lampi di sguardi, per citazioni insistite come il Subacqueo, il cavallo; o come il punto rosso che stabilizza l’immagine e ne fissa i confini al pari dell’obiettivo fotografico che cattura l’attimo, fissandone però il ricordo nel tempo.

I’m just killing time,olio su tela 150×200 cm, 2012 coll. privata

E in questo universo di particelle vettoriali in movimento continuo, il nostro sguardo si imbatte in primi piani assoluti di volti tagliati a metà, in vertigini prospettiche che ci proiettano in alto o ci scagliano con forza all’interno di stanze già vissute e abbandonate, forse solo dimenticate. Il nostro occhio si muove leggero appresso alle frecce, assecondandone con gioia le opposte direzioni che contraddicono ma non disorientano, perché in fondo ci rappresentano così come siamo: pervicacemente piantati nelle nostre fragili certezze, e perciò ancorati ad un ‘totemico’ sistema cartesiano, mentre tutto si sposta e si trasforma attorno e dentro di noi. Nel tempo e nello spazio.

Fulvia Strano